Sabato e domenica al Verdi di Pisa si conclude la stagione di prosa

Con Fra’. San Francesco la superstar del Medioevo di e con Giovanni Scifoni, in scena sabato 18 alle 21 e domenica 19 alle 17, il Teatro Verdi chiude il sipario sulla stagione di Prosa 2025-26 realizzata in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo.

Ultimo titolo di una ricca stagione che ha offerto al pubblico un variopinto carnet di spettacoli portati in scena da importanti compagnie in tutta Italia, Fra’ è un monologo brillante e profondo che mescola comicità, spiritualità e introspezione. 

Il monologo di Scifoni, orchestrato con le laudi medievali e gli strumenti antichi di Luciano di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli, si interroga sull’enorme potere persuasivo che genera oggi la figura pop di Francesco, e percorre la vita del poverello di Assisi e il suo sforzo ossessivo di raccontare il mistero di Dio in ogni forma, fino al logoramento fisico che lo porterà alla morte.

Dalla predica ai porci fino alla composizione del cantico delle creature, il primo componimento lirico in volgare italiano della storia, Francesco canta la bellezza di frate sole dal buio della sua cella, cieco e devastato dalla malattia.

“Come si fa a parlare di San Francesco d’Assisi senza essere mostruosamente banali? Come farò a mettere in scena questo spettacolo senza che sembri una canzone di Jovanotti? Nessuno nella storia – spiega Scifoni – ha raccontato Dio con tanta geniale creatività. Francesco sapeva incantare il pubblico, folle sterminate, sapeva far ridere, piangere, sapeva cantare, ballare. Il vero problema con cui mi sono dovuto scontrare preparando questo spettacolo è che Francesco era un attore molto più bravo di me”.

E poi il gran finale, la morte, il rapporto di fratellanza, quasi di amore carnale che aveva Francesco con Sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare. “E neanche il pubblico – conclude Scifoni -potrà scappare da questo finale, incatenati sulle poltrone del teatro saranno costretti anche loro ad affrontare il vero, l’ultimo, grande tabù della nostra contemporaneità: non siamo immortali”.