Di seguito le parole del sindaco di Pisa Michele Conti:

«In questi giorni in Italia e in molti Paesi si celebra il Giorno della Memoria. Una ricorrenza dolorosa e solenne, che chiama tutti a riflettere sulle atrocità di cui può essere capace l’uomo e sulle aberrazioni a cui possono condurre ideologie, tutte e nessuna esclusa, che non riconoscono la dignità e la sacralità dell’essere umano.

Si parla spesso dell’istituzionalizzazione del Giorno della Memoria, del pericolo di renderlo una ricorrenza formale, staccata dalla realtà, di vuote cerimonie piene di parole di circostanza.

Oggi noi siamo qui per dimostrare che non è così, che ci assumiamo un impegno preciso di ricordare perché quello che è successo non accada mai più. Qui a Pisa con maggiore forza e convinzione.

Ottant’anni fa, infatti, proprio a San Rossore il Re Vittorio Emanuele III firmava le leggi razziali. L’applicazione di quelle assurde leggi, fondate su di un abominevole pregiudizio, comportò l’espulsione, dai luoghi di lavoro pubblici, dagli atenei, dalle scuole, di lavoratori, studenti e docenti ebrei, ovvero di bravi cittadini italiani che si ritrovarono, per la loro religione, a subire una discriminazione che li privava del lavoro e del diritto di studiare. Io credo che sia davvero opportuno tornare con la memoria a quanto accaduto, perché, per le vittime di quella ingiustizia, molte delle quali non ci sono più, siamo oggi noi chiamati a ricordare.

Dobbiamo anche sottolineare che la firma delle prime leggi razziali avvenne proprio nella città di Pisa. Certo si tratta di una pura casualità, derivata dal fatto che il Re si trovava nella sua tenuta a San Rossore. Eppure per noi Pisani questa contingenza appare come un paradosso.

Pisa è una città che ha una storia di grandi aperture e di relazioni verso mondi diversi, fin dall’epoca gloriosa della Repubblica nell’alto Medioevo: all’inizio del quattordicesimo secolo nasceva l’Università di Pisa frequentata da studenti e docenti provenienti da molte città italiane e dall’estero. Sempre nella nostra città venne firmata nel 1786, prima al mondo, la legge che aboliva la pena di morte.

Oggi, dopo 80 anni, noi ripensiamo agli uomini e alle donne che vedevano spezzare le loro vite e ci commuove pensare alla loro incredulità per quel che avveniva a cui certamente erano impreparati.

Per la grande maggioranza degli ebrei in Italia le leggi costituirono un colpo improvviso, inatteso e doloroso. Sconcerto e sofferenza furono comuni a tutti, dissimili le reazioni; troppo diversi erano i percorsi personali umani, politici ed ideologici. Le Comunità ebraiche italiane reagirono con determinazione impegnandosi innanzitutto a organizzare scuole e percorsi di studio per i ragazzi ebrei esclusi dal sistema scolastico.  Poi cercarono di restare uniti organizzando raccolte di fondi, incontri, dibattiti, attività per i bambini. Circa 6000 ebrei italiani emigrarono (soprattutto verso la Palestina, gli Stati Uniti e il sud America), scelta difficile non solo per motivi economici ed organizzativi, ma ancor più per il profondo e antico radicamento in Italia.

Ma in Italia la gente sottovalutava il fenomeno dell’antisemitismo, tuttavia non possiamo sottacere fulgidi esempi di cittadini italiani che, al di là delle proprie convinzioni politiche, anche a Pisa nel silenzio della quotidianità e per quello che potevano,  si adoperarono per salvare vite umane di famiglie ebree condannate alla deportazione.

Oggi non è tempo di indifferenza, è tempo di commozione, è tempo di prendere il posto di chi non ha saputo o voluto vedere per chiedere scusa; è tempo di riscoprire le nostre radici, le radici di chi sapeva attraversare il mare per trovare dall’altra parte del mondo conosciuto gente diversa da cui si poteva imparare a cui si poteva insegnare e con cui, soprattutto si poteva vivere in pace.

Penso che sia utile oggi richiamarsi a coloro che non sottovalutarono e non furono indifferenti. Questo giorno deve essere per ciascuno di noi l’occasione per assumere l’impegno a non dimenticare ed a contribuire alla costruzione di un mondo più giusto fondato sulla pace, sulla democrazia, sulla libertà di tutte le donne e di tutti gli uomini».