Da giorni i lavoratori impiegati come “driver” dalla succursale locale di Amazon sono in sciopero.

Dipendenti che si ribellano ad una multinazionale i cui profitti hanno reso Jeff Bezos l’uomo più ricco del mondo (196 miliardi di dollari). E si capisce bene come abbia fatto ad arricchirsi così tanto.

Grazie sia alle immense privatizzazioni in tutto l’occidente dei sistemi di trasporti e delle comunicazioni, sia a leggi che nel nostro paese hanno ridotto drasticamente i diritti dei lavoratori, per “merito” di governi di destra e di “sinistra”, i quali hanno spianato la strada alla precarietà assoluta di oggi, a partire dal famigerato “pacchetto Treu” del 1997, varato dal primo governo Prodi e sostenuto da CGIL CISL e UIL.

Oggi i frutti marci di quelle politiche e della totale disponibilità dei sindacati concertativi ad accettarli colpiscono le vecchie e le nuove generazioni di lavoratori, ponendole in condizioni di supersfruttamento, come emerge dalle testimonianze di chi oggi blocca le merci dei magazzini di Montacchiello.

Milioni di lavoratori sono nelle loro stesse condizioni, ma quasi mai alzano la testa a causa del ricatto occupazionale. Per avere un impiego ed un reddito si è sempre più disponibili a condizioni di lavoro servili, che mettono a repentaglio la salute quando non la vita, come successo a Maurizio Cammillini il 4 settembre 2018, costretto a correre per consegnare in tempo l’ultima pizza e non essere multato dal padroncino di turno.

Anche per questo la lotta dei “driver” di Montacchiello è da sostenere, perché può aprire la strada ad una mobilitazione generalizzata di quell’esercito di precari che riempie le strade, le fabbriche gli uffici e le case delle nostre città.