A Calci come in tutto in comprensorio, e più in generale in tutta Italia si sono tenute cerimonie per ricordare la giornata della memoria, dal 2005 in seguito alla risoluzione delle nazione unite si ricorda in questa data la liberazione dai campi di concentramento e la fine dell’olocausto. Ecco l’intervento del vice sindaco Valentina Ricotta:

“Sono passati 80 anni da quel 27 gennaio 1945, quando le truppe russe entrarono ad Aushwitz e liberarono i superstiti del lager. 80 anni sono un tempo relativamente breve, considerata la storia dell’uomo. Infatti possiamo avere ancora la fortuna di ascoltare le testimonianze dirette di coloro che vissero gli anni dell’occupazione nazifascista, della deportazione, ma è inevitabile che il numero di queste persone sarà progressivamente sempre più ridotto.

L’iniziativa di oggi si inserisce nel Progetto della memoria, che da anni la nostra amministrazione, in continuità con quelle precedenti, porta avanti insieme ad Aned, l’ANPI, e le scuole di Calci.Per usare le parole di Primo Levi: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; tendono a cancellarsi con gli anni” “E’ certo che l’esercizio, la frequente rievocazione mantiene il ricordo fresco e vivo; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo” ad essere generalizzato, banalizzato.
Basti pensare a come l’immagine del deportato sia stata usata in alcune manifestazioni pubbliche.

E’ al fine di evitare questo rischio che entra in gioco il fondamentale ruolo della “catena della memoria”, di cui ognuno di noi fa parte, perché ognuno di noi rappresenta un anello, un elemento che fissato l’uno con l’altro garantisce robustezza e solidità alla catena stessa, difendendola dai continui attacchi da parte chi vorrebbe riscrivere o addirittura cancellare quelle orribili pagine, o ricondurle nel passato per poi lasciarle lì, convinti che “tanto ciò che è stato non accadrà più. E’ proprio la cronaca di questi giorni a ricordarci che non è così, e che non si può abbassare la guardia, non cedere alla seducente tentazione di dimenticare.

L’aggressione verbale e fisica da parte di due ragazze di 15 anni nei confronti di un ragazzino ebreo, le orribili espressioni usate quali “devi morire nel forno”, è avvenuta in un comune poco lontano da qui, Campiglia Marittima, sotto gli occhi dei coetanei inerti. Ciò evidenzia che il fenomeno dell’antisemitismo persiste e la mancata reazione di chi era presente desta maggiore angoscia e preoccupazione.

Accanto all’assoluta condanna di questi atti violenti e vili, c’è la fragilità, la paura di reagire di fronte ad un’aggressione.

Tutti noi, in particolar modo noi adulti, abbiamo il compito di accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita, di aiutarli a sviluppare la consapevolezza, nel discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male, mettendo al centro di tutto la persona umana, nella sua unicità, nella propria dignità e libertà in quanto tale.

E’ la persona il bene comune da difendere sempre, quel bene di cui gli oppressori nazifascisti conoscevano il valore tant’è che la prima forma di violenza che esercitavano, appena qualcuno faceva ingresso nel lager, era spogliarlo delle vesti tatuandogli un numero, privandoli quindi di dignità e identità.

Questo è ciò che dobbiamo ricordare, perché è stato, e nel ricordarlo dobbiamo trovare la forza di impedire che si ripeta, in qualsiasi forma e in qualsiasi momento, contrastandolo già dai primi sintomi. Ecco, e concludo, che iniziative come questa e quelle successive che si svolgeranno nei prossimi giorni rappresentano solidi anticorpi contro la terribile malattia dell’indifferenza.